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“Parliamo la mia lingua” o “non ti capisco”…

In bilinguismo, educazione bilingue on 20 settembre 2010 at 19:29

“Non ti capisco”… è un buon modo per affrontare “il non volere” dei nostri figli bilingue di parlare la lingua minoritaria o c’è qualcosa che ci impedisce di utilizzare questo metodo? Questa domanda, credo, talvolta può occupare la mente di un genitore che cerca di crescere il proprio bambino bilingue. Mi sono chiesta quale sarebbe l’opinione professionale, l’osservazione più profonda dal lato emotivo d’una tale situazione… E mi sono rivolta ad un’amica, una persona di grande riferimento, la dottoressa Arianna Orelli, una psicologa e psicoterapeuta specializzata in Self-Analisi Bioenergetica (approccio integrato mente-corpo-relazione):

Se un genitore parla esclusivamente una lingua con il proprio figlio, il bambino gli crederà veramente che non lo capisce in un’altra lingua?

Se un genitore si rivolge sempre al bambino in una stessa lingua, per esempio l’inglese, e quest’ultimo non ha occasione di osservare il genitore parlare con altre persone in un secondo idioma, ad esempio l’italiano, potrebbe anche credergli.
Ma quasi sempre la realtà quotidiana implica che la mamma/il papà parlino, in presenza del bambino, con partner, amici, negozianti, nonni etc. entrambe le lingue o addirittura solamente una, quella dominante.
In questo caso, nel momento in cui uno dei due genitori sceglie di “far finta di” non capire il figlio che si esprime in una delle due lingue a disposizione, questa realtà specifica entra in dissonanza con la realtà percepita della mamma o del papà che comunicano con altri.
In questo modo il genitore cerca di vincolare non solo l’attività di comprensione, ma anche quella di produzione verbale del bambino attraverso un metodo probabilmente efficace ai fini dell’acquisizione della seconda lingua, ma che a mio parere dovrebbe essere utilizzato con cautela e consapevolezza, intendendo per consapevolezza l’unione di cognitività ed emozione.
Ci sono almeno 2 fattori che potrebbero, se non adeguatamente considerati, risultare problematici:

1) La dissonanza fra la realtà abitualmente percepita (ad es. la mamma che capisce il papà quando parla in italiano)  e la realtà percepita nel momento contingente (la mamma che non capisce me quando parlo in italiano) potrebbe disorientare, a livello cognitivo, il bambino più piccolo.

2) Poichè ogni processo di acquisizione si basa anche e soprattutto sulla percezione di essere parte attiva di tale processo, questa dissonanza cognitiva potrebbe trasformarsi, nel bambino più grande, in una sorta di piccolo-grande conflitto interno.

Fra i 2 e i 4 anni, infatti, il bambino sviluppa la cosiddetta funzione riflessiva, ovvero la capacità meta-cognitiva di “leggere gli stati della mente degli altri”, acquisendo anche la capacità del “fare finta”.

Quindi per il bambino di almeno 3 anni, che è in grado di comprendere che la mamma sta in qualche modo fingendo di non capire, sono in gioco due asserzioni ugualmente importanti: “mi fido della mia percezione, cioè che la mamma mi capisce ma per qualche motivo finge di no?” oppure “mi fido di ciò che dice la mamma, cioè che non mi capisce?”.

Una situazione di questo tipo, se interagisse con altri fattori legati ad un particolare temperamento del bambino o ad una insicurezza nella relazione affettiva con la mamma, potrebbe avere ripercussioni sui quei processi interpsichici che fondano importanti strutture psicologiche, quali ad esempio l’autostima.

La risposta alla tua domanda è quindi che il bambino più piccolo crederà alla mamma, pagando il pegno di una relativa confusione, e che il bambino più grande, pur rendendosi conto della finzione messa in atto nella comunicazione, sceglierà di credere alla mamma per proteggere la relazione, penalizzando (temporaneamente) lo sviluppo di un suo pensiero autonomo.

Nel caso dei bambini più grandi la strategia dell’ “io non ti capisco” potrebbe anche produrre, se utilizzata in maniera inflessibile e poco sensibile, dinamiche relazionali di tipo oppositivo fra genitore e figlio.

Tali dinamiche potrebbero presentarsi frequentemente fra i 18 e i 36 mesi, periodo fondamentale sia per quanto riguarda l’acquisizione del linguaggio che per lo sviluppo di un sentimento di autonomia nel bambino, espresso spesso tramite capricci, resistenze e piccole sfide.

Quindi, tenendo in considerazione questi fattori, si potrebbe decidere di accantonare questa strategia e di adottarne altre meno “pressanti”, che non costringano il bambino ad una “deviazione forzata” nella comunicazione: il genitore potrebbe continuare ad esprimersi in una lingua ed il bambino nell’altra; il genitore potrebbe adattarsi alla scelta linguistica fatta dal bambino in quel momento; il genitore potrebbe ripetere il messaggio del bambino riformulandolo nell’altro idioma o porgli domande, utilizzando la seconda lingua, relative all’oggetto della discussione.

Se invece si sceglie di utilizzare questa strategia, è molto importante “allenarsi” nella capacità di “sintonizzazione affettiva” con il bambino: non è opportuno intervenire con la strategia dell’ “io non ti capisco” quando il bambino riporta un’esperienza vissuta completamente nell’altro contesto linguistico, o, ancor di più, se piange, esprime rabbia o malessere.

In questi casi occorre dare la precedenza all’emotività del bambino piuttosto che alla sua lingua ed al procedimento cognitivo di apprendimento (sia che si tratti di emozioni positive, come ad es. la gioia di condividere un’esperienza fatta in un contesto linguistico “altro” per la cui descrizione il bambino potrebbe non disporre di tutti i necessari termini equivalenti, sia che si tratti di emozioni negative, come ad es. la rabbia collegata ad un conflitto in corso).

E’ possibile invece utilizzare questa strategia quando il bambino è rilassato, nei momenti di svago e divertimento che entrambi le parti coinvolte, genitore e figlio, avvertono come piacevoli, quando non vi sono limiti “reali” alla comunicazione, come ad esempio il poco tempo a disposizione, o limiti “simbolici” come l’eccessiva attivazione emozionale di una delle due parti.

Sarebbe importante quindi dare una sfumatura ludica, leggera e piacevole a questa strategia se si decidesse di utilizzarla, onde evitare vissuti emotivi o cognitivi spiacevoli per il bambino.

Essendo inoltre qui in discussione la capacità di produzione linguistica (e non solo quella di comprensione) del bambino bilingue, inteso come risultato “migliore” in un processo di apprendimento, vale un assunto generale della relazione genitore-figlio: occorre tenere a bada il proprio narcisismo, ricordarsi che, anche se costanza e fermezza genitoriali sono requisiti fondamentali in un percorso educativo, ben altra cosa è la rigidità, e che la perfezione è un prodotto della nostra immaginazione, un’illusione capace d’ingabbiare sia noi che i nostri figli.

Bisognerebbe dunque accettarsi quali “genitori imperfetti” di “figli imperfetti” che non sempre ci danno la risposta desiderata!

Infine come psicologa e psicoterapeuta mi preme sottolineare che vissuti affettivi, relazionali e sociali del genitore possono inconsciamente interagire con l’insegnamento della seconda lingua in generale e con la strategia dell’ “io non ti capisco” in particolare: ad esempio eventuali frustrazioni derivanti dalla vita coniugale o familiare o dall’adattamento ad un contesto linguistico-culturale differente da quello originario possono essere facilmente “spostate” sul territorio più rassicurante ed apparentemente neutro della comunicazione verbale con il bambino e dei propri intenti pedagogici.

In pratica occorrerebbe ogni tanto fermarsi e chiedersi se, in caso di situazioni conflittuali con il partner o con altri significativi, oppure di difficile adattamento ad un contesto differente da quello di provenienza, non ci si stia irrigidendo in un atteggiamento educativo troppo intransigente o non si stia utilizzando il rapporto con il proprio bambino come una sorta di rifugio sicuro entro il quale ritrovarsi ed ottenere riconoscimento ed accettazione.

In questi casi si potrebbe dire “io non ti capisco” al proprio bambino, ma forse lo si vorrebbe/dovrebbe dire a qualcun altro.

Ovviamente quello di spostare e proiettare propri contenuti conflittuali nella relazione con il bambino è un rischio che si corre sempre, in quanto genitori, ma che, nel caso di un’educazione bilingue o multilingue, per il significato simbolico e le tante sfumature affettive correlate alla comunicazione verbale e all’utilizzo di una lingua, occorre tenere in maggior considerazione.

Il seguito si troverà nel post successivo, a presto:)

Immagine di Gapchinska, recommended!!!

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  1. Aspettavo aggiornamenti! Bentornata!
    Noi non usiamo dire a nostro figlio “non capisco” per farlo esprimere nelle nostre rispettive lingue.
    Peró mi é successo diverse volte di non capire ció che dice e chiedergli di ripetere, perché alla sua etá non pronuncia bene alcune lettere, e quindi ho avuto effettivamente difficoltá di comprensione, talvolta non effettivamente capisco se una parola me la sta dicendo in italiano o in svedese.
    In quanto al cercare “di imbrogliarli”, credo sia controproducente perché tanto ci sgamano subito. 🙂

    • Grazie, ciao! Ci capita anche a noi di non capire sempre FF, a volte mio figlio mi rende veramente felice quando, spiegando se stesso, ripete il “detto” in russo, come dire “ok, mamma, non hai capito in italiano, te lo spiego in russo”:) La SANTA necessità:)

  2. я слышала об этом методе (делать вид что не понимаешь) но инстинктивно его не пременяла на своём ребёнке хотя иногда сомневалась и боялась что таким образом лишаю её возможности лучше говорить на моём языке… ОГРОМНОЕ СПАСИБО, мои сомнения изчезли!!!

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