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L’utilizzo del potere

In bilinguismo, educazione bilingue on 4 ottobre 2010 at 09:23

Il seguito della conversazione “parliamo la mia lingua o non ti capisco…” con la dottoressa Orelli,  parte I, parte II:

Si sa che i piccoli apprendono meglio nel caso d’un coinvolgimento emozionale positivo. L’utilizzo del nostro potere con i nostri bambini, in questo caso, può avere delle  conseguenze negative sull’ apprendimento futuro della seconda lingua, quella meno dominante?

L’utilizzo del potere all’interno delle relazioni affettive è sempre negativo.
L’utilizzo, spesso inconscio, del potere nelle relazioni con i figli può avere conseguenze psicologiche molto penose, come ben illustrato dalla psicanalista Alice Miller.
Ovviamente l’utilizzo del potere da parte del genitore, in questo caso, è motivato da buone intenzioni e dalla convinzione di poter trasmettere qualcosa di positivo al proprio bambino. Tuttavia occorre, come detto, essere molto consapevoli: unire il proprio intento a livello intellettivo, l’idea che far acquisire una seconda lingua al bimbo sia una buona cosa, con ciò che si sente a livello emotivo nelle interazioni con il piccolo.
Quanto più un genitore riuscirà a fare questo, tanto più sceglierà metodi “soft” per far acquisire gli apprendimenti al bimbo, oppure applicherà con flessibilità il metodo della non comprensione, cioè solamente quando sussistano le condizioni adatte precedentemente esposte.
Se invece il genitore non riuscirà ad integrare cognitività ed emotività nell’insegnamento della seconda lingua, rischierà necessariamente d’imporre in maniera coercitiva la propria volontà al figlio, utilizzando il potere di cui dispone nei suoi confronti in quanto adulto.
E’ chiaro che quanto più l’acquisizione della seconda lingua rispecchia una motivazione esclusiva del genitore, tanto più il bambino, crescendo, tenderà ad abbandonarne l’utilizzo.
E’ fondamentale quindi creare delle “parentesi” interattive, ludiche e/o musicali leggere e serene, in cui il piacere di esprimersi in un determinato idioma sia condiviso da entrambi gli interlocutori, genitore e bambino.

Se la comunicazione nella seconda lingua è connotata positivamente a livello affettivo, e chiaramente questo non dipende solo da fattori contingenti ma anche e soprattutto dalla qualità della relazione fra genitore e bambino, allora sarà forte la motivazione del figlio ad acquisirla e a mantenerla durante il corso dell’esistenza.
Così come la motivazione del bambino è strettamente correlata alle tonalità affettive della comunicazione e, in modo più profondo e determinante, alla relazione con la mamma/il papà, anche la motivazione del genitore a far del proprio figlio un bambino bilingue dipenderà dalla sua vita affettiva e relazionale, dalla sua storia personale (anche quando apparentemente non sembra, ovvero quando vengano sostenute argomentazioni di tipo puramente “intellettivo”).


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